Pagina:Le mille ed una notti, 1852, III-IV.djvu/568

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NOTTE CCCXXXVIII


— Sire,» proseguì Scheherazade, «Aladino, il quale aveva preveduto ciò che poteva accadere, erasi alzato ai primi albori del giorno, ed indossato uno degli abiti più magnifici, era salito al salone delle ventiquattro finestre, d’onde potè veder venire il sultano; discesone immediatamente, fu abbastanza in tempo di riceverlo appiè dello scalone, ed aiutarlo a scendere da cavallo. — Aladino,» gli disse il sultano, «non posso trattenermi con voi se non abbia prima veduta ed abbracciata mia figlia. —

«Il giovane condusse il sultano all’appartamento della consorte Badrulbudur, la quale, avvertita da Aladino, dell’alzarsi, di ricordarsi che più non era in Affrica, ma bensì alla China e nella capitale del padre, vicino al di lui palazzo, già finiva di vestirsi. Abbracciolla il sultano più volte, col volto bagnato di lagrime d’allegrezza, mentre la giovane, da parte propria, gli diede tutte le dimostrazioni possibili del piacere estremo che provava rivedendolo. Il sultano stette alcun tempo senza poter aprir bocca, tanto era intenerito dall’aver trovata, dopo averla pianta sinceramente come perduta, la sua cara figlia, la quale intanto struggevasi in lagrime di gioia per vederglisi restituita.

«Infine, il tenero genitore, rotto il silenzio: — Figliuola,» le disse, «voglio credere essere la contentezza che provate nel rivedermi, la quale fa che mi sembrate sì poco cambiata, come se nulla vi fosse accaduto di dispiacevole. Eppure sono persuaso che