Pagina:Le mille ed una notti, 1852, III-IV.djvu/792

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semblea, composta d’una moltitudine innumerevole d’Indiani, tiensi in una pianura di vasta estensione, offrendo alla vista, per quanto essa può stendersi, maraviglioso spettacolo. Nel centro della pianura eravi una piazza assai lunga e vastissima, chiusa da un lato da un superbo edificio in forma di palco a nove piani, sostenuto da quaranta colonne, e destinato al re, alla sua corte ed agli stranieri cui egli onorava della sua udienza una volta alla settimana, ornato al di dentro ed addobbato magnificamente, e di fuori dipinto a paesaggi, in cui vedevansi ogni sorta d’animali, d’uccelli, d’insetti, e persino di mosche e moscerini, tutti al naturale; altri palchi, alti per lo meno quattro o cinque piani, e dipinti tutti all’incirca alla stessa foggia, formavano i tre altri lati, ed avevano di particolare, che d’ora in ora facevansi girare, e cangiar faccia e decorazione.

«Da ciascun lato della piazza, a breve distanza l’un dall’altro, stavano schierati mille elefanti, con sontuose bardature, ciascuno carico d’una torre quadrata di legno dorato con suonatori e giocolieri. La proboscide di quegli elefanti, le orecchie ed il resto del corpo erano dipinti di cinabro e d’altri colori rappresentanti grottesche figure.

«Ciò che in tale spettacolo fece al principe Hussain viemaggiormente ammirare l’industria, l’abilità ed il genio inventivo degl’Indiani, fu il vedere il più robusto e gigantesco di tutti quegli elefanti ballare, coi quattro piedi posti sulla cima d’un palo confitto perpendicolarmente, e sporgente da terra circa due braccia, battendo colla proboscide la musica, alla cadenza degli strumenti. Nè ammirò meno un altro elefante, altrettanto grosso, che stava all’estremità d’una trave posta di traverso sur un palo all’altezza di dieci piedi, con una pietra di prodigiosa grossezza attaccata e sospesa all’altro capo, la quale gli