Pagina:Le mille ed una notti, 1852, V-VI.djvu/233

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casa, e che il suo corpo fosse consegnato ai propri schiavi onde seppellirlo. Si acconsentì alla sua domanda, ed i soldati s’impadronirono tosto di lui.

«Frattanto Hicar, vedendo pronunciata la propria sentenza, senza essersi potuto difendere, cercò un ultimo mezzo di salvezza: mandò a dire alla moglie di far vestire magnificamente le più giovani schiave, di venirgli incontro per piangere la sua morte, e far nello stesso tempo apparecchiare una mensa coperta di vini e vivande d’ogni sorta. Shagfatni (era il nome della moglie d’Hicar) era saggia e prudente quanto il marito, e compreso il suo pensiero, ne eseguì fedelmente gli ordini.

«Il carnefice ed i soldati che lo accompagnavano, trovando, nel giungere, una tavola ben ammannita e vini in copia, cominciarono a bere ed a mangiare. Hicar, vedendoli riscaldati dal vino, fe’ accostare il carnefice che si chiamava Abu Shomaik, e gli parlò in questi termini: — Amico, quando il re Serchadum, padre di Sencharib, ingannato dagli artifizi de’ tuoi nemici, ordinò di farti morire, io ti accolsi e ti nascosi in un luogo a me sol noto, sperando che un giorno il re riconoscerebbe la tua innocenza, e si pentirebbe d’essersi privato d’un servo fedele. Tutti i giorni io cercava di trarlo d’inganno e svelargli la trama ordita contro di te. Vi riuscii: egli pianse la tua perdita, e desiderò ardentemente di renderti la vita. Io approfittai di quel memento, gli confessai la mia azione, e fu assai lieto di rivederti.

«Ricordati oggi ciò ch’io allora feci per te. Sono vittima della perfidia di mio nipote Nadan: il re non tarderà ad essere convinto dell’impostura, punirà il calunniatore, e si pentirà d’avermi condannato sì leggermente.

«Io ho un sotterraneo nella mia casa, conosciuto soltanto da me e da mia moglie; permetti che mi