Pagina:Le mille ed una notti, 1852, VII-VIII.djvu/274

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sovrano, del quale mi sforzerò di meritare la bontà come feci finora. Dovete sapere, venerabile dervis, che stamattina m’è venuta una voglia inconcepibile di mangiar carne, della quale da tanto tempo sono privo, e supplicai il custode, dandogli una pezza d’oro, di accondiscendere alle mie brame. Poco dopo egli mi recò una vivanda, il cui odore e la vista mi promettevano qualche cosa di squisito; ma intanto ch’io, secondo l’uso, faceva le abluzioni prima di mangiare, venne a slanciarsi sul piatto, che aveva deposto in terra, un grosso sorcio, e divorò il mio desinare. Questa circostanza, che vi parrà futilissima, mi produsse tal dolore, che caddi svenuto e non tornai in me se non per versare copiose lagrime. Acchetato il mio cordoglio, venne d’improvviso a balenarmi nell'anima la speranza di miglior sorte. Pensava che, come la mia disgrazia e prigionia erano repentinamente susseguite ad una felicità inaspettata, del pari questa mortificazione, la più penosa ch’io avessi mai provata, esser doveva il preludio di nuova felicità. Pieno di tal idea, mandai a dire alla mia gente di preparare la casa ed attendermi. —

«Il sultano, il quale, in ogni parola del Visir, scorgeva la buona fede e la prova dell’innocenza sua, penò assai a sostenere la parte che si era addossata. Ma non volendo farsi ancora riconoscere, represse l'emozione, e quando il decaduto ministro ebbe finito il racconto, se ne accommiatò, dicendo che sperava vedere in breve avverato il suo presagio. Allora, tornato alla reggia, dove niuno erasi accorto della sua assenza, entrò nel gabinetto, depose il travestimento, e diè ordine che si mettesse sul momento in libertà il visir, al quale inviò una veste d'onore ed una scorta brillante per ricondurlo alla corte, condannando poscia alla prigionia gl’infami suoi accusatori, e confiscandone i beni. Al giungere del ministro, il sul-