Pagina:Le opere di Galileo Galilei IX.djvu/226

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222 capitolo

     Ch’a dire il vero è1 un vituperio espresso.
Però, prima ch’usar2 più questi panni,
     Vo’ rinunziar la cattedra a Ser Piero3,
     E se non la vuol lui, a Ser Giovanni4.
265Io vo’ che noi facciamo a dir il vero:
     Che crediam noi però però ch’importi5
     Aver la toga di velluto nero,
E un che dreto il ferraiuol ti porti,
     E che la notte poi ti vadia avanti
     270Con una torcia, come si fa a’ morti?
Sappi che questi tratti tutti quanti
     Furon trovati da qualcuno astuto6,
     Per dar canzone e pasto agl’ignoranti,
Che tengon più valente e più saputo
     275Questo di quel, secondo ch’egli arà
     Una toga di rascia o di velluto.
Dio sa poi lui come la cosa sta7!
     Ma s’io avessi a dire il8 mio parere,
     Questo discorso un tratto non mi va.
280Ch’importa aver le vesti rotte o intere,
     Che gli uomini sien Turchi o Bergamaschi,
     Che se gli dia del Tu9 o del Messere?
La non istà ne’ rasi o ne’ dommaschi10;
     Anzi vo’ dirti una mia fantasia,
     285Che gli uomini son fatti com’i fiaschi.
Quando tu vai la state11 all’osteria,
     Alle Bertuccie, al Porco, a Sant’Andrea,
     Al Chiassolino o alla Malvagia,
Guarda que’ fiaschi, innanzi che12 tu bea
     290Quel che v’è drento; io dico13 quel vin rosso,
     Che fa vergogna al greco e alla verdea:
Tu gli vedrai che non han tanto in dosso14,
     Che ’l ferravecchio ne dessi un quattrino;

  1. 261. Che veramente è, B
  2. 262. prima d’usar, F
  3. 263. a San Piero, s
  4. 264. E s’egli non la vuole, a, D, F, G — a San Giovanni, s
  5. 266. noi però che cosa importi, B
  6. 272. ad qualch’uomo astuto, s
  7. 277. la cosa va, B
  8. 278. Ma s’avesse a dir io il, F, G
  9. 282. Che si dia lor del Tu, B
  10. 283. La non ne sta, C, E, s — e ne’ dommaschi, B, C, E
  11. 286. la notte all’, F, G
  12. 289. avanti che, F
  13. 290. dentro; dico, B
  14. 292. tanto addosso, C