Pagina:Leibniz - La monadologia, Sansoni, Firenze, 1935.djvu/33

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I.


VERITÀ DI RAGIONE E DI FATTO



Oggettivismo e armonia.La filosofia leibniziana ha ai suoi inizi un carattere nettamente oggettivistico. Intendiamo dire con questo che non si trova al centro di essa alcun problema che riguardi la maggiore o minor validità della nostra conoscenza del mondo esterno, né in genere che tratti dei rapporti fra conoscente e conosciuto. Il relativismo che deriva al sofista dall'osservazione che «l’uomo è misura di tutte le cose» è estraneo a Leibniz: egli studia il reale in sè stesso, nella sua essenza divina od umana, secondo le sue leggi razionali o empiriche. Egli parte dal dato di fatto del mondo in tutti i suoi aspetti, che vuole scrutare, comprendere, ridurre a unità, a formule semplici e facilmente apprendibili, trasportando nel campo filosofico e metafisico l'atteggiamento onde i suoi grandi predecessori o contemporanei, Copernico, Galileo, Newton, avevano improntato la loro indagine del mondo fisico: un tentativo di visione complessiva, armonica, coerente di tutti i latti presi a studiare; una ricerca di ipotesi che diano una spiegazione del tutto, quanto piú omogenea e lineare possibile. A un tale atteggiamento egli si avvicina, piuttosto che a quello di Cartesio, il quale vuole dedurre il mondo con le sue leggi da un solo principio posto inizialmente come unico valido. E, mentre con la filosofia cartesiana molti saranno i rapporti di Leibniz nella formulazione e nello sviluppo dei vari problemi, egli se ne differenzia però fondamentalmente per la sua concezione essenziale del mondo come un complesso a sè stante, di cui si debba ricercare un principio unificatore, e non come qualche cosa di inizialmente problematico, la cui esistenza e