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FORBICI 135

«Io parto questa notte.» Massimo diede un balzo sulla sedia. «Cosa? Parte? No! Dica!»

Il suo primo pensiero fu: mi abbandona in questo momento! Il secondo fu: perchè parte quando c’è ancora speranza che lo lascino qui? E perchè stanotte? Dove vuole andare? Proruppe in tali domande.

Don Aurelio lo fermò subito, si mise un dito alla bocca. La Lúzia poteva udire! Nessuno sapeva, nessuno doveva sapere. Non c’era speranza che i Superiori lo lasciassero a Lago, e c’era pericolo che il popolo di Lago lo volesse trattenere colla violenza. Il suo dovere preciso, assoluto, era di partire subito, segretamente. Sarebbe partito a piedi, nella notte, per prendere a Schio il treno delle cinque per Vicenza, presentarsi al Vescovo, purgarsi delle accuse che supponeva gli fossero state fatte e poi... affidarsi alle mani della Divina Provvidenza. Egli era persuaso che il Vescovo lo avrebbe aiutato a trovarsi un collocamento in qualche altra diocesi, dove fossero cappellanìe di montagna, ancora più segregate dal mondo che Sant’Ubaldo.

«In ogni modo» diss’egli «il Signore non mi abbandonerà.» E perchè Massimo ebbe uno scatto d’ira contro i suoi presunti persecutori, gl’impose silenzio con impeto. «Credono di far bene. Vedi tu i loro cuori? Vedi le loro coscienze? Bisogna pregare per essi. Prometti!»

Così dicendo, stese al giovine una mano che questi afferrò con ambedue le proprie, impresse delle sue labbra infuocate.

«Adesso aiutami» disse don Aurelio, alzandosi.

Fecero insieme la separazione dei libri da restituire a donna Fedele e al signor Marcello e di quelli di proprietà di don Aurelio, che Massimo gli avrebbe spediti là dove il destino fosse per portarlo. Con sè