Pagina:Leila (Fogazzaro).djvu/155

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FORBICI 143

nascere, quella sera, a mezzanotte. Ritornato Alberti, il signor Marcello andrebbe a coricarsi ed ella potrebbe scendere. Non accese la luce, si buttò in una poltrona in faccia alla grande trifora che guarda il nero alto culmine del bosco e, sopra quello, le scogliere dentate del Summano. Ripensò le parole del signor Marcello: gli faceva una colpa? Dunque sarebbe dispiaciuto al signor Marcello ch’ella glielo toccasse appena, il suo Alberti, con una punta di censura! Non era la prima volta, dopo il sermone di quel giorno, che il signor Marcello prendeva, contro di lei, le difese di Alberti a proposito d’inezie. E lo tratteneva alla Montanina con tante istanze! Possibile, povero vecchio, ch’egli lo credesse tanto devoto alla memoria di suo figlio da non essere neppur tentato di un tradimento?

A questo punto del suo lavoro mentale, le balenò l’idea di una commedia che si rappresentasse intorno a lei. Se si fosse tutto combinato, l’invito di don Aurelio ad Alberti e l’ospitalità della Montanina! Se anche il voltafaccia di donna Fedele, le sue visite quotidiane avessero lo stesso segreto fine? Se il signor Marcello fosse stato lavorato dal prete di Sant’Ubaldo e dalla signora del villino? Se lo avessero persuaso a rassegnarsi, chi sa con quali argomenti? In un lampo tutto le parve chiarissimo. Il signor Alberti, invitato da persone che avevano disposto di lei, era venuto a conoscere e conquistare la erede del signor Marcello Trento. Strinse con ira i bracciuoli della poltrona, si morse il labbro per non piangere. Non pianse ma il compresso flutto del pianto le urtava e riurtava il petto ansante. Che rabbia se avesse a piangere! Disprezzo, disprezzo, disprezzo!

Accese la luce e suonò per Teresina che l’avvertisse del ritorno di Massimo. Non s’era veduto. Teresina apprese con terrore che la signorina si era messa in