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182 CAPITOLO QUARTO

«Grazie» rispose Lelia.

Massimo salutò, uscì del cancello, si allontanò a gran passi, contento di sè, di essersi mostrato più disinvolto e più orgoglioso di lei, di averle parlato come se non avesse a rivederla mai più e gliene importasse meno che nulla.


III.


Lelia era andata in chiesa per evitare, se possibile, l’incontro di congedo con Alberti. Uscì del breve colloquio malcontenta, come sempre, di sè, irritata del tono d’indifferenza quasi sprezzante che aveva preso egli. Lo torse a una interpretazione voluta. Era il tono di uno che si era visto fallire, non una speranza di amore ma una trama d’inganno. Invece di risalire alla villa, prese il sentiero che costeggia la Riderella, cadde, mortalmente stanca, sul sedile rustico all’ombra dei noci. Vi fu presa da una crisi nervosa che la scosse di sussulti da capo a piedi, le diede il senso di una sospensione della vita. Si rimise lentamente, ascoltò senza pensiero, dolendole il cuore, la sommessa vocina della prossima cascatella. Quindi, il primo pensiero fu: se ritornasse, sarei contenta? Si rispose di no. Teresina le aveva portato da Schio una lettera di suo padre che le soleva scrivere indirizzando le lettere al nome della cameriera, Teresina Scotz, ferma in Posta, Schio. L’aveva già letta e se l’era posta nella cintura per gettarla nella Riderella. Non la ricordava più, la rilesse. Erano poche righe. Suo padre chiedeva se la lettera precedente si fosse smarrita, domandava una risposta, quella tale risposta che Teresina aveva recato a Schio. Lelia stracciò il foglio in pezzi minuti, li gettò nell’acqua.

Ella soleva mandare a suo padre gran parte dell’as-