Pagina:Leila (Fogazzaro).djvu/275

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SANTE ALLEANZE 263



II.


Verso le undici l’ottimo Camin, dopo una breve conferenza, nello studio, con Teresina, annunciò all’amico la propria partenza per il villino delle Rose e lo invitò a uscire con lui se intendesse recarsi a far visita all’arciprete. Al trivio dove la stradicciuola della Montanina muore nella strada maestra, gl’indicò il campanile di Velo posato elegantemente a chiudere nell’aperto sole lo sfondo della via, oltre un alto arco di ombre. E, congedatosi, prese la via opposta. Il Dottor Sottile, fatti piano piano pochi passi, ristette, si guardò alle spalle e, non vedendo più Momi, ritornò indietro. L’eccellente sior Momi non avrebbe mancato, scorgendo questa manovra, di mormorarsi nella gola, intero e sul serio, coi denti stretti, quel «fiol d’un can!» che aveva prima messo fuori smozzicato e burlesco, e si sarebbe applaudito così: «no son po miga Marco Paparèle gnanca mi». Marco Paparèle è un leggendario tipo veneto di scimunito. Il sior Momi, prevedendo che, nella sua assenza, Molesin avrebbe cercato di far cantare Teresina come a lui non piaceva che cantasse, l’aveva istruita per bene.

Molesin ritornò alla Montanina in cerca della sua sciarpa, artificiosamente dimenticata nel vestibolo. Presa la sciarpa, andò fiutando le orme di Teresina e, trovatala, spiegatole il perchè del suo ritorno, la pregò di fargli vedere la chiesina, non ancora visitata. Nello scendere colla cameriera per il giardino, le domandò, tutto amabile, le sue impressioni del nuovo padrone. Teresina si schermì. Allora Molesin: «gran bon omo, gran bon omo! Disgrazià, disgrazià! Disgrazià nella mojer, disgrazià nei afari! E come xela, mo, co sta