Pagina:Leila (Fogazzaro).djvu/320

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308 CAPITOLO UNDECIMO

In quei giorni non lo era. Vedendola così prostrata, Lelia ebbe un ritorno di ribellione alla volontà paterna:

«Non vado, non vado, non vado!»

Ma erano, si capiva, le ultime ondate di un fortunale cadente.

La sera stessa, donna Fedele aveva dato la buona notte alla fanciulla che, per volontà di lei, ritornava alla sua vecchia camera, quando la richiamò e, fatta uscire la cameriera, la pregò di accostarsi al letto.

«Senti» diss’ella. «Ho ricevuto una lettera di Alberti. Sono stata molto in dubbio se fartela leggere o no. Decido di dartela. Non so se faccio bene o male. Cerca tu che io non mi penta di avertela data. Desidero che tu conosca quell’anima, una buona volta.»

Stese le braccia alla fanciulla, la trasse, la tenne stretta in silenzio, a sè, le indicò il posto dove avrebbe trovata la lettera.

«Non leggerla, qui» diss’ella. «La leggerai nella tua camera. Me la renderai domattina.»


III.



Lelia sedette sul suo letto, colla lettera in mano. La posò, cercò pensar qualche cosa che le chetasse il tumulto del cuore. Pensò la favola di La Fontaine, ripetè i versi recitatile dall’amica. E posò la mano sulla lettera. Il cuore, che si era chetato alquanto, ricominciò a tumultuare. Allora, vergognando di sè, si decise a leggere.

Non seppe farlo di seguito. Prima guardò quante pagine fossero. Dodici. Poi lesse la data: Dasio. Dasio? Dov’era questo Dasio? Corse alle prime parole: «Le scrivo da un paesello solitario fra montagne austere che le nebbie fasciano.» Saltò alle ultime.