Pagina:Leila (Fogazzaro).djvu/326

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314 CAPITOLO UNDECIMO

quiete ma una continua faticosa vicenda di moti che vanno e tornano. Se restano non è quiete, è atonia mortale. Dalle atonie mortali passo alle amarezze irritate, dalle amarezze a terrore che mi gelano. Non mi vi abbandono senza resistervi ma questa lotta esclude la pace. Il primo effetto del silenzio di Dasio è di farmi sentire più dolorosamente le voci del mondo che ho fuggito.

E conviene dire che anche qualche spirito maligno s'intrometta per ricordarmele. La mia finestra guarda sul sagrato di San Bernardino. Dei bambini vi giuocano. Ho udito testè una voce infantile gridare:

«Lelia!»

Ben prima di giungere a questo punto dove cominciavano parole già lette e rilette, le mani e il cuore della fanciulla tremavano. Ella tremava di non potersi reggere sul suo risorto orgoglio, tremava di trovar miti le espressioni della lettera più acerbe contro di lei, tremava d’intravvedere imminente l’estinguersi di quell’amore che ancora vi ardeva. Saltò le parole conosciute, riprese la lettura là dove Massimo diceva come la fede religiosa per la quale aveva combattuto fosse diventata incerta nella sua mente e come sentisse il bisogno di confessarlo a donna Fedele anche per vedersi scritto sulla carta il suo tormento interno. La lettera continuava:

«Il mio presente stato d’animo riguardo alla fede cattolica ha una origine lontana. Solamente adesso me ne rendo conto. Vede, amica mia venerata e cara, mi confesso a Lei anche per aggrapparmi alla fede Sua, alla preziosa vecchia fede Sua, inesperta del moderno criticismo e delle battaglie teologiche, ferma, io credo, come lo fu quella di mia madre, più del marmo e del bronzo. Dubbi, da giovinetto, mi assalivano spesso e venne un momento in cui non seppi soffocarli nel loro