Pagina:Leila (Fogazzaro).djvu/330

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318 CAPITOLO UNDECIMO

Gesù che sul mare di Galilea porge la mano a Pietro, pauroso di scendere nell’abisso. Pietro dubitò di Cristo e Cristo gli porse una mano pietosa. Non la porgerà Egli a chi dubita di Pietro se Pietro stesso non la porge? Comunque sia, è un caso singolare che in questo periodo della mia vita interiore, qui in Dasio, sopra il letto di albergo dove stanotte passai ore insonni pensando Cristo e Pietro, io mi trovi proprio il rimprovero: «Modicae fidei, quare dubitasti?"

Ma non sono superstizioso.»

Lelia era venuta leggendo le pagine di argomento religioso senza comprenderne altro che il fondo di dolore e colla torbida pena di questa sua impotenza. Sorse in lei anche il senso di una colpa della persona che aveva comunicato ad altri confidenze fatte strettamente a lei, il rimorso di approfittarne. E tuttavia continuò a leggere e leggere, con avidità irresistibile. Le parole sulla gioia della povertà, scritte dall’uomo ch’ell’aveva accusato di sordide mire, la trafissero. Fu presa da tremiti. Le spalle, le braccia, le mani le sussultavano. Piegò sul fianco, appoggiò il capo al marmo del tavolino da notte, si recò la lettera alle labbra, ve la premette, stavolta, forte.

La lettera sulle labbra, e nella mente s’impresse questo:

«Sono indegna di lui, e come indegna non devo turbarlo, devo lasciargli credere che lo penso con disprezzo, come prima.»

Questo proposito la confortò un poco, la rialzò nella sua propria stima. Sollevò il capo dal marmo e finì di leggere. Alle parole «piccola persona da dimenticare» ebbe un moto interno, non di sdegno ma di consenso. E rientrò sotto le coltri. Di tempo in tempo tremiti la scossero ancora, di tempo in tempo flutti di lagrime le gonfiarono il petto. Non ne versò una sola.