Pagina:Leila (Fogazzaro).djvu/380

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368 CAPITOLO DECIMOQUARTO

quel dialogo, n’ebbe l’impressione di una grazia ottenuta per le preghiere del cognato, del cappellano e anche un poco per le sue proprie. Domandò che dovesse fare. Intanto aspettare Lelia, dirle che l’arciprete le aveva riferito com’ella non fosse lontana dall’accompagnarsi a lei per una visita al santuario di Monte Berico e forse anche per il viaggio a Castelletto del Garda. La siora Bettina corresse quello che le pareva un errore di lingua. Non l’arciprete le aveva riferito, ma don Emanuele. Questi le impose di tacere il suo nome, di metter fuori quello dell’arciprete. «Veramente» osservò la siora Bettina timida timida, «da mio cognato non ho...». «Non importa» interruppe don Emanuele «il Signore vuole ch’Ella dica quello che Le suggerirò io.» La bugia suggerita da don Emanuele aveva un’anima di verità superiore, inaccessibile a lei se non per fede. E la siora Bettina promise, con umile fede, la piccola bugia: «quando lo dice Lei!».

Ma le istruzioni superiori non finivano lì. Probabilmente la signorina le direbbe, come lo aveva detto all’arciprete, ch’era necessario avere il permesso di suo padre. Ora il permesso era da chiedere anche per Castelletto sul Garda. La siora Bettina si rallegrò tutta. Era felice di andare a Castelletto e, sola, non avrebbe osato intraprendere un tale viaggio. Un’altra compagnia, quella di Teresina per esempio, le sarebbe stata molto più gradita, ma per amore della sua guida spirituale accettava volontieri il piccolo guaio di viaggiare con Lelia. N’era felice anche per il cognato, che pensava già alle suore della Sacra Famiglia da collocare in qualche asilo della sua futura diocesi e desiderava attingere alla fonte certe informazioni necessarie. Don Emanuele, vistala tanto contenta, pensò alquanto e poi le propose di continuare la conversazione camminando verso Lago. La siora sentì confusamente ch’egli aveva qualchecosa