Pagina:Leonardo da Vinci scienziato.djvu/10

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temente nel campo del sensibile, osserva soltanto che la certezza in esso non è la certezza della metafisica, della quale non si occupa.

Nella immensa realtà fenomenica intravede una grande regolarità, una stupenda armonia, indipendente dallo spirito che l’osserva, e così si esprime: « natura non rompe sue leggi, cioè la legge è infusa nella natura e costringe ogni fenomeno a compiersi in un dato modo e sempre lo stesso; la necessità, è tema e inventrice della natura; o stupenda necessità, tu costringi con data legge ogni effetto per la via più breve a partecipare della sua cagione ». E una tale condizione rende possibile la previsione degli avvenimenti, della quale ci offre continui esempi l’astronomia.

Nella indefinita varietà dei fenomeni, da buon filosofo della scienza, non perde mai di vista la unità elementare di essi, cioè il movimento, che serve ad esprimere le relazioni fra tutto ciò che avviene tra le cose: « ogni effetto, scrisse, partecipa della sua causa, tutti gli effetti sono dimostrativi delle loro ragioni, e il moto è cagione di tutta la vita ». Di guisa che può dirsi che il concetto di moto, che non si crea, ma continuando si diffonde e si trasforma, dando origine ai più svariati fenomeni, sia destinato a sopravvivere, nelle teorie, finchè non si vogliano cercare inutilmente nell’universo gli enigmi, o immaginare i simboli senza realtà obiettiva.

Leonardo, innamorato della meccanica, che appella i1 paradiso delle matematiche, comprende che espressa una legge con una formula matematica, si possono dedurre conseguenze che servono a far riconoscere la verità di un principio fondamentale nella scienza. Per lui la leva è l’ordigno elementare di ogni macchina industriale, e lo studio di essa dà il modo di proporzionare le cause agli effetti voluti.

Completò il lavoro di Archimede sul centro di gravità dei corpi solidi; seguendo la comune esperienza stabilì il principio d’inerzia e quello della indipendenza dei movimenti;