Pagina:Leonardo prosatore.djvu/16

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
12


pur non si può tacere che la maggior parte delle favole e molte sentenze s’appuntano contro l’ambizione, l’irrequietezza, l’incostanza (le ultime due Leonardo fa quasi sempre figlie della prima), e non si può negare che la sentenza: «Nella contemplazione delle cose sta la calma e il piacere della vita», e l’altra contro gli ambiziosi che si rovinano la vita da se stessi non intendendone l’utilità e la bellezza, non siano profondamente sue, oserei dire rampollate interamente dal suo ideale.

Del resto, dopo aver — ripeto — premesso che le sue sentenze non debbono essere tenute in conto di note autobiografiche, sostengo che è ben difficile trovare un disaccordo tra le idee morali su cui più insiste e quel che sappiamo della sua vita. Parla contro l’amore del danaro e non un atto ce lo palesa avaro (la filastrocca latina posta sotto la nota del prestito di 13 fiorini a Salai credo si debba considerare come una specie di profezia e d’ammonimento scherzoso verso se stesso), ma molti indifferente o prodigo; parla contro la moda che muta continuamente e da un’esagerazione cade nell’esagerazione opposta e sappiamo che portò sempre una ricca, elegante, ma dignitosa e unica foggia di vestimento; parla contro le passioni sensuali, e non d’una resta la traccia in scritti suoi o dei contemporanei, tanto bene le seppe vincere o nascondere; parla esaltando la solitudine, madre di profondi pensieri, e vive la maggior parte solo; dà consigli di elegante e saggia conversazione e acquista fama di attraentissimo parlatore.

Unico fatto che contrasti con i suoi scritti sono