Pagina:Leonardo prosatore.djvu/162

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s’onora, e no colui che la possiede, il quale sempre si fa calamita d’invidia e cassa di latroni, e manca la fama del ricco ’nsieme co’ la sua vita, resta la fama del tesoro, e no del tesaurizzante; e molto maggior gloria è quella della virtù de’ mortali che quella de li loro tesori. Quanti imperatori e quanti principi sono passati che no ne resta alcuna memoria! e solo cercorrono li stati e ricchezze, per lassare fama di loro. Quanti furon quelli che vissono in povertà di denari per arricchire di virtù! e tanto più è riuscito tal desiderio al virtuoso ch’al ricco, quanto la virtù eccede essa ricchezza. Non vedi tu ch’el tesoro per sè no lauda il suo cumulatore dopo la sua vita, come fa la scienzia? la quale sempre è testimonia e tromba del suo creatore, perchè ella è figliola di chi la genera, e no figliastra, come la pecunia.

E se tu dirai potere satisfare più a’ tuoi desideri della gola e lussuria mediante esso tesoro e no per la virtù, va considerando li altri che sol han servito a li sozzi desideri del corpo, come li altri brutti animali: qual fama resta di loro? e se tu ti scusarai per aver a combattere co’ la necessità non avere tempo a studiare e farti vero nobile, non incolpare se no te medesimo; perchè solo lo studio della virtù è pasto de l’anima e del corpo. Quanti sono li filosofi nati ricchi, ch’anno divisi li tesori da sè, per non essere vituperati da quelli!

E se tu ti scusasti co’ e figlioli, che te li bisogna nutrire, picola cosa basta a quelli, ma fa ch’el nutrimento sieno le virtù, le quali sono fedeli ricchezze, perchè quelle non ci lasciano, se non