Pagina:Leonardo prosatore.djvu/28

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Leonardo, vissuto presso un Ludovico il Moro, un Cesare Borgia, non parla mai, si può dire, di politica, ma se ne parla, vedete? non parla per inchinarsi con la moltitudine pecorile, sempre prona dinanzi a chi la batte, sempre idolatra di chi la sgozza, ma per buttare in faccia al genere umano la sua ferocia e la sua vigliaccheria.

L’uomo è preda delle sue passioni appunto quando più crede di governarle, l’uomo ama i suoi vizi, anzi riesce a persuadersi che siano doti amabili e preziose: è Leonardo che dice questo, non io... E lo dice con arguzia.

Non si può dire, certo, che il Vinci aduli i suoi simili! Dall’alto della sua fiera solitudine, importuni pappagalli gli parevano gli umanisti, i filosofi, e i pseudoscienziati del suo tempo; belve i guerrieri e gli uomini di stato, e contro loro armava la sua prosa saettante; il resto degli uomini... pecore e talpe e muli cocciutissimi, quando non peggio. Dagli uomini solo dediti alle cose materiali torceva lo sguardo, come da oggetto ripugnante, e parlando di loro li soffocava (mi sia permesso il paragone barocco), sotto un mucchio d’ingiurie immonde, le sole degne di loro:

«So che molti diranno questa essere opra inutile, e questi fieno quelli de’ quali Demetrio disse non faceva conto più del vento il quale nella lor bocca causa le parole, che del vento ch’usciva dalla parte di sotto, uomini i quali hanno solamente desiderio di ricchezze, diletti... E spesso quando vedo alcun di questi pigliare essa opra in mano, dubito