Pagina:Leonardo prosatore.djvu/47

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bene alcune appaiano dettate da un particolare sentimento suo (come quelle sul noce e il fico che mostrando agli uomini la ricchezza dei lor frutti furono saccheggiati), o da considerazioni sue su avvenimenti particolari (come quella dei tordi e della civetta, che par riferibile alla cacciata di Lodovico il Moro), è probabile ch’Egli traesse molti argomenti da originali a noi ignoti o andati perduti, o dalla tradizione orale.

Ve ne sono di brevissime, quasi appunti presi per un ulteriore svolgimento, e ve ne sono di svolte un po’ più, che portano segni evidenti di un’elaborazione artistica accurata. Allora lo scrittore, pure entrando in medias res, diffonde il racconto, e vi inframmette — a colorire i sentimenti delle piante e degli animali — dialoghi e soliloqui quasi sempre di pacata e ben tornita eloquenza. Non dico che siano al tutto privi d’ogni movenza spontanea o disinvolta, ma certo risentono troppo spesso quel non so che di freddo e compassato ch’è in troppe favole, e che viene dal fatto, credo, che il favolista non ha nella sua fantasia vivi caratteri umani, ma cerca animare bestie e piante artificiosamente con sentimenti generici, allo scopo di trarre un generico ammaestramento morale.

Molti sono i favolisti, pochissimi i poeti della favola, perchè a essa non chiediamo d’essere l’allegoria garbata d’una verità morale ben comune, ma d'essere l'allegoria geniale d’una verità (fortuna che questa parola è molto elastica!) morale scoperta da un acuto spirito che osserva ironico la vita, e che, troppo di buon gusto e troppo scettico per sa-