Pagina:Leopardi, Giacomo – Canti, 1938 – BEIC 1857225.djvu/65

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XVI. LA VITA SOLITARIA 59 brillano i tetti e i poggi e le campagne, scontro di vaga donzelletta il viso ; 60 o qualor nella placida quiete d’estiva notte, il vagabondo passo di rincontro alle ville soffermando, l’erma terra contemplo, e di fanciulla che all’opre di sua man la notte aggiunge 65 odo sonar nelle romite stanze l’arguto canto; a palpitar si move questo mio cor di sasso: ahi, ma ritorna tosto al ferreo sopor; ch’è fatto estrano ogni moto soave al petto mio. 70 O cara luna, al cui tranquillo raggio danzan le lepri nelle selve; e duolsi alla mattina il cacciator, che trova Torme intricate e false, e dai covili error vario lo svia; salve, o benigna 75 delle notti reina. Infesto scende il raggio tuo fra macchie e balze o dentro a deserti edifici, in su l’acciaro del pallido ladron ch’a teso orecchio il fragor delle rote e de' cavalli 80 da lungi osserva o il calpestio de’ piedi su la tacita via; poscia improvviso col suon dell’armi e con la rauca voce e col funereo ceffo il core agghiaccia al passegger, cui semivivo e nudo 85 lascia in breve tra’ sassi. Infesto occorre per le contrade cittadine il bianco tuo lume al drudo vii, che degli alberghi va radendo le mura e la secreta ombra seguendo, e resta, e si spaura 90 delle ardenti lucerne e degli aperti balconi. Infesto alle malvage menti, a me sempre benigno il tuo cospetto