Pagina:Leopardi, Giacomo – Operette morali, 1928 – BEIC 1857808.djvu/178

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172 operette morali


particolare; se non forse un’ambizione insolita e misera di acquistar fama dalla misantropia, come Timone: desiderio abbominevole in sé, alieno poi specialmente da questo secolo, dedito sopra tutto alla filantropia.

Eleandro. Dell’ambizione non accade che io vi risponda: perché ho giá detto che non desidero niente dagli uomini; e se questo non vi par credibile, benché sia vero, almeno dovete credere che l’ambizione non mi muova a scriver cose che oggi, come voi stesso affermate, partoriscono vituperio e non lode a chi le scrive. Dall’odio poi verso tutta la nostra specie, sono cosí lontano, che non solamente non voglio, ma non posso anche odiare quelli che mi offendono particolarmente; anzi sono del tutto inabile e impenetrabile all’odio. Il che non è piccola parte della mia tanta inettitudine a praticare nel mondo. Ma io non me ne posso emendare: perché sempre penso che comunemente, chiunque si persuade, con far dispiacere o danno a chicchessia, far comodo o piacere a sé proprio, s’induce ad offendere; non per far male ad altri (che questo non è propriamente il fine di nessun atto o pensiero possibile), ma per far bene a sé; il qual desiderio è naturale, e non merita odio. Oltre che ad ogni vizio o colpa che io veggo in altrui, prima di sdegnarmene, mi volgo a esaminare me stesso, presupponendo in me i casi antecedenti e le circostanze convenevoli a quel proposito; e trovandomi sempre o macchiato o capace degli stessi difetti, non mi basta l’animo d’irritarmene. Riserbo sempre l’adirarmi a quella volta che io vegga una malvagitá che non possa aver luogo nella natura mia: ma fin qui non ne ho potuto vedere. Finalmente il concetto della vanitá delle cose umane, mi riempie continuamente l’animo in modo che non mi risolvo a mettermi per nessuna di loro in battaglia; e l’ira e l’odio mi paiono passioni molto maggiori e piú forti, che non è conveniente alla tenuitá della vita. Dall’animo di Timone al mio, vedete che diversitá ci corre. Timone, odiando e fuggendo tutti gli altri, amava e accarezzava solo Alcibiade, come causa futura di molti mali alla loro patria comune. Io, senza odiarlo, avrei fuggito piú lui che gli altri, ammoniti i