Pagina:Leopardi - Operette morali, Gentile, 1918.djvu/23

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a ragione considerare come un prologo; le diciotto operette intermedie formanti il corpo del libro, si distribuiscono naturalmente in tre gruppi, di sei ciascuno, come tre ritmi attraverso i quali passa l’animo del Leopardi. Innanzi al terzo, nato, come s’è veduto, da una ripresa dall’ispirazione originale, si spiega il secondo, che comincia col Dialogo della Natura e di un’Anima e si compie, quasi ritornando al suo principio, con l’altro Dialogo della Natura e di un Islandese. Precede, e inizia la trilogia, un primo gruppo, aperto dal Dialogo d’Ercole e di Atlante e conchiuso da un dialogo parallelo, in cui all’eroe della potenza classica, della forza, Ercole, sottentra un eroe della potenza dello spirito secondo le superstizioni moderne, un mago, Malambruno, dialogante con un Atlante spirituale, un diavolo, Farfarello. Disposizione simmetrica, sulla quale non giova di certo insistere troppo, ma che non può apparire arbitraria o fortuita quando si osservino gl’intimi rapporti spirituali onde sono insieme collegate, in tale ordinamento, le diverse operette.
 Ascoltiamo dalle parole stesse del Leopardi la nota fondamentale di ciascuna operetta; e vediamo se le varie note degli scritti appartenenti a ciascun gruppo formino per avventura un solo ritmo. E cominciamo dal primo gruppo.
 Ercole va a trovare Atlante per addossarsi qualche ora il peso della Terra, come aveva fatto già parecchi secoli fa, tanto che Atlante pigli fiato e si riposi un poco. Ma la Terra da allora è diventata leggerissima; e quando Ercole se la reca sulla mano, scopre un’altra novità più meravigliosa. L’altra volta che l’aveva portata, gli «batteva forte sul dosso, come fa il cuore degli animali; e metteva un certo rombo continuo, che pareva un vespaio. Ma ora quanto al battere, si rassomiglia a un oriuolo che abbia rotta la molla»; e quanto al ronzare. Ercole non vi ode uno zitto. È già gran tempo, dice Atlante, «che il mondo finì di fare ogni moto e ogni romore sensibile: e io per me stetti con grandissimo sospetto che fosse morto, aspettandomi di giorno in giorno che m’infettasse col puzzo; e pensava come e in che luogo lo potessi seppellire, e l’epitaffio che gli dovessi