Pagina:Leopardi - Operette morali, Gentile, 1918.djvu/31

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che ne ragiona col suo Genio: del Tasso già dal '20, quando fu scritta la canzone Ad Angelo Mai, apparso al Leopardi come suo spirito gemello, al par di lui «miserando esemplo di sciagura»:

O Torquato, o Torquato, a noi l'eccelsa
Tua mente allora, il pianto
A te preparava il cielo.
Oh misero Torquato! il dolce canto
Non valse a consolarti o a sciorre il gelo
Onde l'alma t’avean, ch’era si calda,
Cinta l'odio e l'immondo
Livor privato e de' tiranni. Amore,
Amor, di nostra vita ultimo inganno,
T'abbandonava. Ombra reale e salda
Ti parve il nulla, e il mondo
Inabitata piaggia.

Torquato Tasso medesimo che non trova nel mondo altro più che il nulla, e si rifugia nei sogni e nel vago immaginare, dal quale più duro bensì gli riesce il ritorno alla realtà; questo Torquato parla nel Dialogo del Tasso e del suo Genio; e non si lagna già del dolore, ma della noia, che sola lo affligge e lo uccide. La quale gli pare abbia la stessa natura dell’aria: «riempie tutti gli spazi interposti alle altre cose materiali, e tutti i vani contenuti in ciascuna di loro; e donde un corpo si parte, e altro non gli sottentra, quivi ella succede immediatamente. Cosi tutti gl’intervalli della vita umana frapposti ai piaceri e ai dispiaceri, sono occupati dalla noia. E però, come nel mondo materiale, secondo i Peripatetici, non si dà voto alcuno; cosi nella vita nostra non si dà voto»; e poiché piacere non si trova, la vita è composta parte di dolore e parte di noia. E la vita tutta uguale, monotona del povero prigioniero — immagine d’ogni uomo di fronte alla immutabile natura — si viene via via votando così del piacere come del dolore, e riempiendo tutta della tristezza grave del tedio.
 L’uomo prigioniero della natura ritorna nell’ultimo dialogo del gruppo, in cui si presenta da capo la Natura a render conto di