Pagina:Leopardi - Operette morali, Gentile, 1918.djvu/332

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per quella incertezza, e per timore di pene e di calamità future, si ritenessero nella vita dal fare ingiustizia e dalle altre male opere 8. Che se io stimassi che Platone fosse stato autore di questi dubbi, e di queste credenze; e che 5 elle fossero sue invenzioni ; io direi : tu vedi, Platone, quanto o la natura o il fato o la necessità, o qual si sia potenza autrice e signora dell’ universo, è stata ed è perpetuamente inimica alla nostra specie. Alla quale molte, anzi innume¬ rabili ragioni potranno contendere quella maggioranza che 10 noi, per altri titoli, ci arroghiamo di avere tra gli animali; ma nessuna ragione si troverà che le tolga quel principato che l’antichissimo Omero le attribuiva; dico il principato jdelbijnfelicità. Tuttavia la natura ci destinò per medicina di tutti i mali la morteTTa quale da coloro che non molto 15 usassero u discorso dell’intelletto, saria poco temuta; dagli altri desiderata. E sarebbe un conforto dolcissimo nella vita nostra, piena di tanti dolori, 1’ aspettazione e il pensiero del nostro fine. Tu con questo dubbio terribile suscitato da te nelle menti degli uomini, hai tolta da questo pensiero 20 ogni dolcezza, e fattolo il più amaro di tutti gli altri. Tu sei cagione che si veggano gl' infelicissimi mortali temere più il porto che la tempesta, e rifuggire coll’ animo da quel solo rimedio e riposo loro, alle angosce presenti e agli spa¬ simi della vita. Tu sei ^tato_agIi uomini più crudele che il 25 fato o la necessità o la natura. E non si potendo questo dubbio in alcun modo sciorre, né le menti nostre esserne liberate mai, tu hai recati per sempre i tuoi simili a questa condizione, che essi ayranno la morte piena d’ affanno, e più misera che la vita. Perciocché per opera tua, laddove 30 tutti gli altri animali muoiono senza timore alcuno, la quiete e la sicurtà dell* animo sono escluse in perpetuo dall’ ultima ora dell’ uomo. Questo mancava, o Platone, a tanta infeli¬ cità della specie umana. — 269 —