Pagina:Leopardi - Operette morali, Gentile, 1918.djvu/337

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273 — saria sovvertito, se quelle si distruggessero da se stesse. E par che abbia repugnanza che uno si vaglia della vita a spegnere essa vita, che 1* esaerq n serva al non essere. Oltre che se pur cosa alcuna ci è ingiunta e comandata dalla natura, certo ci comanda ejja strettissimamente e sopra 5 tutto, e non solo__agli -uomini, ma parimente a qualsivoglia creatura dell’universo, di attender* alLa rr>n^rvayjftnff propria ..ILÀ, e di procurarla in tutti i modi ; eh’ è il contrario appunto ) dell’ uccidersi. E senza altri argomenti, non sentiamo noi ^ che la inclinazione nostra da par se stessa ci tira, e ci fa 10 odiare la morte, e temerla, ed averne orrore, anche a dispetto nostro? Or dunque, poiché questo atto dell* ucci¬ dersi, è contrario a natura; e tanto contrario quanto noi veggiamo; io non mi saprei risolvere che fosse lecito. POR. Io ho considerata già tutta questa parte: che, 15 come tu hai detto, è impossibile che l’animo non la scorga, per ogni poco che uno si fermi a pensare sopra questo proposito. Mi pare che alle tue ragioni si possa rispondere con molte altre, e in più modi ; ma studierò d’esser breve. Tu dubiti se ci sia lecito di morire senza necessità: io ti, 20 domando-se.xi è lecito di essere infelici. La natura vieta) l’uccidersi. Strano mi riuscirebbe che non avendo ella o/j volontà o potere di farmi né felice né libero da miseria,' avesse facoltà di obbligarmi a vivere. Certo se la natura ci ha ingenerato amore della conservazione propria, e odio 25 della morte ; essa non ci ha dato meno odio della infelicità, e amore del nostro meglio; anzi tanto maggiori e tanto più principali queste ultime inclinazioni che quelle, quanto che la felicità è il fine di ogni nostro atto, e di ogni nostro amore e odio; e che non si fugge la morte, né la vita si 30 ama, per se medesima, ma per rispetto e amore del nostro meglio, e odio del male e del danno nostro. Come dunque può esser contrario alla natura, che io fugga la infelicità Leopaidi