Pagina:Leopardi - Operette morali, Gentile, 1918.djvu/42

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personalità del poeta abbraccia in sé e contiene, e tempera quindi e solleva a un suo particolar significato siffatti pensieri. I quali non sono qui un sistema filosofico astratto, ma l’alimento segreto di un’anima che esprime se stessa in una poesia di grande respiro, la quale in tutta la sua unità risuona all’anima del lettore come una musica, secondo che osservò un amico del poeta, il Montani1, appena potè leggere tutta la collana delle Operette. Questo motivo fondamentale è facilmente riconoscibile nel preludio e nell’epilogo, onde è inquadrata nella sua naturale cornice la trilogia delle operette: ossia nella Storia del genere umano e nel Timandro: due operette, che sono affatto estranee a quello spirito, che si può dir proprio di tutte le altre, ad eccezione dell’Elogio degli uccelli, dove pure qua e là s’insinua a frenare l’impeto lirico di gioia e d’entusiasmo: a quello spirito, che si può definire con le parole stesse con cui il Leopardi ritrae se medesimo in una lettera al Giordani del 6 maggio 1825 (del tempo in cui forse raggiunse nel Frammento di Stratone l’estremo termine di questo suo stato d’animo): «Quanto al genere degli studi che io fo, come sono mutato da quel che io fui, così gli studi sono mutati. Ogni cosa che tenga di affettuoso e di eloquente mi annoia, mi sa di scherzo e di fanciullaggine ridicola. Non

  1. Vedi la sua recensione nell’Antologia del gennaio 1828, N. 85, pp. 157-61 che incomincia: «Non vi è mai avvenuto una sera d’opera nuova, di entrare in teatro a sinfonia cominciata, e imaginandovi un motivo musicale diverso dal vero, trovar men bello o men significante ciò che poi dee sembrarvi meraviglioso? — Quando l’Antologia, or son due anni, pubblicò un saggio dell’operette del L. ancora inedite... io non ne fui che leggermente colpito; mi mancava il motivo della musica. Intesone il motivo, al pubblicarsi delle operette insieme unite, mi parve d’aver acquistato nuovo orecchio e nuovo sentimento. E ne scrissi al Giordani, ch’era a Pisa, ov’oggi è il L., il quale allora stava qui nel piú quieto degli alberghi (già ridotto d’allegra gente a dì del Boccaccio) dicendogli che dalla porta di questo alla camera del suo amico piú non salirei che a cappello cavato. Le operette del L. sono musica altamente melanconica...». La recensione contiene piú d’una osservazione notabile. Fu scritta il 28 febbraio 1828. Sull’amicizia del L. col Montani, vedi G. Mestica, Studi leopardiani, Firenze, Le Monnier, 1901, pp. 332-42.