Pagina:Leopardi - Operette morali, Gentile, 1918.djvu/44

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Questo era stato il suo ideale nelle Operette; speculare, scoprire, frugare la miseria degli uomini e di tutto, e inorridire, ma con petto irrigidito e freddo. Se non che nel ’25, nel caldo ancora dell’opera, poteva credere di aver raggiunto già questo stato d’animo; l’anno dopo egli, più ingenuamente, o meglio con maggior consapevolezza, sente che il suo petto sarà forse un giorno al tutto irrigidito e freddo, non è ancora; non è eterna la gioventù del cuore, né in lui, né in altri, ma non è ancora del tutto tramontata. Così nelle Operette il freddo inorridire e il disprezzo d’ogni cosa che tenga di affettuoso e di eloquente è un desiderio, un programma, un proposito; ma non è, né può essere il suo stile, poiché né ogni bellezza ancora gli è inanime e muta, né ogni alto senso, ogni tenero affetto, ignoto e strano. E questo sente bene e proclama il Poeta nel dialogo di Timandro e di Eleandro; dove a Timandro che, secondo la filosofia di moda, fa alta stima dell’uomo e del progresso di cui egli è capace, ed è insomma un ottimista, il pessimista, che sente invece per l’uomo un’alta pietà, il futuro cantore della Ginestra, protesta di non essere un Timone (per quanto non abbia sdegnato la parte di Momo di fronte a Prometeo): «Sono nato ad amare, ho amato, e forse con tanto affetto quanto può mai cadere in anima viva1. Oggi, benché non sono ancora, come vedete, in età naturalmente fredda, né forse anco tepida» (aveva appena ventisei anni!); «non mi vergogno a dire che non amo nessuno, fuorché me stesso, per necessità di natura, e il meno che mi è possibile». Dove ognun vede che realmente certo invincibile pudore arresta Eleandro innanzi alla conseguenza delle sue dottrine; e si ripiglia subito infatti: «Contuttociò sono solito e pronto a eleggere di patire piuttosto io, che esser cagione di patimento ad altri. E di questo, per poca notizia che abbiate

  1. Ed ecco perché, scritto il dialogo, tenti di non doverlo piú intitolare, come aveva pensato da principio (cfr. pag. 236), di Misénore e Filénore: egli non era davvero quell’odiatore dell’uomo (μισ-ήνωρ) che poteva parere, né vero Filénore poteva dirsi l’ottimista.