Pagina:Leopardi - Puerili e abbozzi vari, Laterza, 1924.djvu/155

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

viii. discrosi sacri 149

nefici, ai percussori spietati. Già si scagliarono questi sopra la loro vittima, già ne laceraron le carni, già tutte numerarono le mie ossa. Si diffuse siccome acqua il mio corpo, le mie ossa andarono sparse e dissipate. — «Ah! noi il mirammo — sciamò Isaia — il mirammo, né ci fu dato il ravvisarlo per uomo, quasi ascosto trovammo il suo volto vilipeso e schernito, il riputammo lebbroso, percosso il vedemmo da Dio ed umiliato, né il raffigurammo che per uom di dolori, per uomo di obbrobri e consapevole della sua infermità». Ah! tu il mira, o anima ingrata, vedi quel capo cadente, quelle pupille abbattute, quel volto pallido e sfigurato. Mira, se pur lo puoi senza fremere, se pur non rifugge agghiacciata la umanità da tale spettacolo, mira quel corpo in cui parte non trovasi intatta, in cui piaga si congiunge con piaga, in cui altro non si ravvisa che sangue. Se brami ancor più per amarlo, se pene cerchi ancora maggiori,se il vuoi morto, o crudele, sarai paga fra poco. Trafitto vedrai quel capo da spine, cariche quelle spalle di croce, trapassate quelle mani da chiodi. Il vedrai esangue cadavere, pendente da tre piaghe, privo di vita e di spirito. Tutto vedrai quanto suggerir può di barbaro la inferocita niente dell'uomo, superiore in tutto al creato, nel vanto ancor di crudele, di sagace nel tormentare. Tutto vedrai; ma, poi che paga avrai fatta la tua sete di sangue, non negare amore all'amore, non ricusare corrispondenza a Colui che, infinito mostrandosi in tutto, infinito mostrossi ancor nell'amare.