Pagina:Lettere autografe Colombo.djvu/26

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6 cristoforo

li addolorarono; rivive quella lunga catena d’uomini oscuri, pei quali lo studio ebbe poche consolazioni d’onore, e che nondimeno durarono faticando, sperando e preparando, quasi con paterna compiacenza, le splendide vie al presentilo genio. Ond’è che la sua grandezza più non apparirà un isolato miracolo, e alla luce ch’egli diffonde scopriremo i beneficii e le glorie di quelle vite operose e segrete, che serbano la magnanimità anche nella modestia dell’ingegno e della fortuna. E forse avverrà, che i moltissimi i quali mai non pensarono, o già disperarono di ottener pregio di rara fama, piglino da ciò conforto agli alti desiderii e ai degni amori, pensando che solo alle generazioni magnanime concede Iddio d’operare i grandi falli e di produrre non indarno i grandi uomini.


I.


Cristoforo Colombo, fin oltre il cinquantesimo anno di sua vita, fu oscuramente grande. In qual terra d’Italia nascesse, e di che famiglia, e in qual anno, ancor oggi n’è disputa, come già vivente il suo figlio e biografo Fernando. Marinaio, mercatante, soldato, corsaro fors’anco; appena può congetturarsi quel ch’egli abbia fallo prima che l’Europa attonita imparasse a salutarlo trovatore d’un mondo; e all’Italia divenne tanto straniero, che mutò nome; e i contemporanei gli furono tanto lungamente restii e schernevoli, che la sua scoperta parve rivelazione celeste, la sua fermezza miracolo: anzi egli stesso venne a credersi divinamente ispirato. E nondimeno la sua grande idea altro non era che una semplice ed innegabile conseguenza delle cognizioni scientifiche d’allora; e nondimeno dalle lunghe tradizioni mercantili, politiche e letterarie d’Italia prese movenza e colore il suo