Pagina:Lettere autografe Colombo.djvu/38

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18 cristoforo

fino allora escluse dall’arca fraterna della Cristianità.»


III.



L’orizzonte del mondo antico era stato tracciato dalla spada d’Alessandro e di Cesare, i grandi geografi dell’antichità che piantarono le loro are vittoriose sull’Idaspe e sul Tamigi. Invece l’orizzonte del mondo cattolico non era sulla terra e nello spazio visibile, ma sì nel tempo che è lo spazio del pensiero.

La disciplina evangelica nel suo primo sforzo ricacciò l’uomo nella coscienza e lo sforzò a vivere coll’anima sua. «Che m’importa, grida san Basilio, che m’importa sapere se la terra sia una sfera, un cilindro, un disco od una superficie concava? Questo m’importa sapere, com’ io debba vivere con me stesso, cogli altri uomini e con Dio.» Il pio eremita nella sua volontaria prigione non altro chiede che un breve pertugio da cui guardare il cielo; né però egli si condanna all’immobile indifferenza dell’ioughi indiano, e riempie la sua solitudine colla sottile, insistente, incontentabile analisi d’ogni moto del cuore. Ma poiché molti secoli di sforzi tremendi e di poetici soliloquii ebbero rifusa l’anima umana, il Cristianesimo, trasformata la barbarie e la schiavitù, uscì dall’epoca cenobitica e taumaturgica, ribenedisse la terra, riconsacrò le armi, la mercatura, la vita civile, la scienza e quella stessa antichità di cui prima avea atterrati i tempii e lacerati gelosamente i volumi. Allora, dopo un duro noviziato di dieci secoli, l’uomo trovandosi in pace colle sue idee, avrebbe voluto cristianificare la natura e ribattezzare la terra; e la vocazione dei missionarii, alleatasi senza ipocrisia coi sentimenti cavallereschi e