Pagina:Lettere autografe Colombo.djvu/50

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30 cristoforo


tutti i popoli del pari alla legge di misericordia e di concordia: né Dio fe’ a caso il mondo da lasciar vuoto tanto spazio, e inutili tanti benigni influssi del cielo temperato». Qual meraviglia, o signori, nel leggere in un nostro poema burlesco e popolare le ragioni stesse che Colombo molti anni dappoi non potè far comprendere al fiore de’ sapienti spagnuoli, congregati in Salamanca; molti de’ quali ancora citavano Lattanzio come autorità geografica, e condannavano la dottrina degli antipodi, volgare da secoli in Italia, e colla sognata difficoltà di risalire la curva delle onde atlantiche mettevano in dubbio il principio stesso della gravitazione concentrica, principio che in Italia soccorre tosto alla mente d’ognuno con quel passo di Dante:

io venni al punto

Al qual si traggon d’ogni parte i pesi.


Permettetemi ch’io ricordi un’altra circostanza da nessuno, cred’io, fin qui avvertita. I fratelli Pinzon di Palos, che avevano accompagnato Colombo nel suo primo viaggio, pretesero poscia d’arrogarsene l’onore; e nella lite che il fisco reale mosse all’erede di Colombo, furono allegate anche le loro ragioni; e questa fra l’altre, principalissima: che Alonzo Pinzon, venuto a Roma sul principio dell’anno 1492, ne aveva recato sicuri indizii sulla via occidentale delle Indie. Non so che rispondessero i difensori dell’ammiraglio: ma né potevasi negare il fatto, né importava negarlo: poiché il Pinzon conobbe Colombo assai prima di quel suo pellegrinaggio. Questo però riman fermo, che a Roma l’idea di Colombo né parea strana, né forse nuova.

Così mi sembra innegabilmente dimostrato che patria vera di Colombo meritò d’essere l’Italia, la quale