Pagina:Lorenzo de' Medici - Opere, vol.1, Laterza, 1913.djvu/112

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106 ii - comento sopra alcuni de’ suoi sonetti

in sí alti e dolci pensieri, felicissimo mi potevo chiamare, perché il pensare non è altro che un tacito parlare, perché chi pensa immagina quelle cose, in se medesimo le chiama per i nomi loro, onde si può dire veramente il pensare essere uno parlare tacito. Discorre poi il pensiero mio a tutte l’altre circostanze, come fu ancora quella dell’aura o, vogliamo dire, piccolo vento, e, quasi riferendogli grazia, mostra l’effetto che faceva; perché, movendo i rami che per la interposizione loro tra ’l sole e gli occhi suoi facevono ombra, di necessitá bisogna l’ombre ancora si movessino, e però quelli occhi talora potevono vedere il sole, talora no. Ed, essendo questi occhi di tanta perfezione e bellezza che signoreggiavono Amore, come disopra abbiamo detto, gloriosa vittoria fu quella del sonno, quando vinse sí belli occhi; ed, acciò che fussi perpetua e memorabile, deveva il sonno appiccarne all’alta quercia i trofei con le spoglie degli occhi giá da lui vinti, siccome solevano gli antichi romani, i quali ebbono in consuetudine, quando vincevano qualche potente o famoso inimico, pigliare le spoglie sue e vestirne il troncone d’un albero per memoria della ricevuta vittoria. Bisogna vedere che fussino le spoglie di quelli belli occhi, per vedere di che cosa deveva vestire il sonno il troncone della quercia. Né si può interpetrare che gli occhi della donna mia fussino vestiti d’altro che di belli ed amorosi sguardi e d’una amorosa luce, che solo dagli occhi degl’innamorati suole lasciarsi vedere. Questi sguardi e luce amorose adunque dovevono certamente restare come stigmate nel tronco della quercia, e di queste spogliò il sonno la donna mia, subito che chiuse quegli occhi belli, e di queste spoglie credo sia ancora ornata quella quercia. Né Amore di questo trionfo del sonno si debbe sdegnare, se è vero quello che abbiamo detto: che gli occhi suoi signoreggiassino Amore, dandogli e togliendo forza, avendogli poi il sonno superati quegli belli occhi.

     Tante vaghe bellezze ha in sé raccolto
il gentil viso della donna mia,
ch’ogni nuovo accidente, che in lui sia,
prende da lui bellezza e valor molto.