Pagina:Lorenzo de' Medici - Opere, vol.1, Laterza, 1913.djvu/140

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134 ii - comento sopra alcuni de’ suoi sonetti

donna mia, né restare altro desiderio o altro fuoco che quello vi aveva messo Amore per mia satisfazione e felicitá. Pieno adunque di questa speranza, si può presumere che io accelerai i passi, ancora che il sonetto di questo non faccia menzione, perché mancava il sospetto onde procedeva la prima lentezza de’ passi miei.

     Quell’amoroso e candido pallore,
che in quel bel viso allor venir presunse,
fece all’altre bellezze, quando giunse,
come fa campo erbetta verde al fiore;
     o, come ciel seren, col suo colore
distinguendo le stelle, ornato aggiunse:
né men bellezze in sé quel viso assunse,
che fiori in prato, o in ciel lume o splendore.
     Amore in mezzo della faccia pia
lieto e maraviglioso vidi allora:
cosí bella quest’opra sua li parve.
     Come il dolce pallor la vista mia
percosse e ’l lume de’ belli occhi apparve,
fuggissi ogni virtú, né torna ancora.

Platone, filosofo eccellentissimo, pone due estremi, cioè scienza ed ignoranza: la scienza quasi uno lume, che ci mostra quello che è veramente e perfettamente, e l’ignoranza, come una tenebrosa oscuritá, la quale ci priva della cognizione di quelle cose che sono, e resta solamente in quello che non è. E, perché sempre tra gli estremi debbe essere il mezzo, mette la opinione tra la scienza e ignoranza, la quale, per esser qualche volta vera e qualche volta non vera, pare che in un certo modo participi qualche volta della scienza, qualche volta della ignoranza. Non che possa essere mai scienza, ancora che la opinione sia vera, delle cose che sono, ma ignoranza può ben essere quella opinione e di quello che non è. La scienza comprende cose che sono certe e chiare; la ignoranza comprende nulla; la opinione quelle che qualche volta sono, qualche volta non sono, e che possono essere e non essere. E per questa cagione la opinione è sempre ansia ed inquieta, perché, non si contentando l’animo nostro se non di quello che è vero e non