Pagina:Lorenzo de' Medici - Opere, vol.1, Laterza, 1913.djvu/155

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

iii - rime 149

VIII

[«Colui alfin vince, che la dura».]


     La debil, piccioletta e fral mia barca
oppressata è dalla marittim’onda,
in modo che tant’acqua giá vi abbonda,
che perirá, tant’è di pensier carca.
     Poi che invan tanto tempo si rammarca,
e par Nettunno a’ suoi prieghi s’asconda
tra’ scogli, e dove l’acqua è piú profonda;
or pensi ognun con che sicurtá varca.
     Io veggio i venti ognor ver’ me piú fèri,
ma Fortuna ed Amor, che sta al temone,
mi disson non giovar l’aver paura;
     ch’è meglio in ogni avversitate speri.
E par che questo ancor vogli ragione,
ché colui alfin vince, che la dura.


IX

[Per una statua della sua donna.]


     Poi che a Fortuna, a’ miei prieghi inimica,
non piacque, che potea, felice farmi,
né parve dell’umana schiera trarmi,
perché beato alcun non vuol si dica;
     colei, natura in cui tanta fatica
durò per chiaramente dimostrarmi
quella, la qual mortale al veder parmi,
nelle cose terrene non s’intrica.
     Qual piú propria ha potuto il magistero
trar della viva e natural sua forma,
tal ora è qui: sol manca ch’ella anele.
     Ma, se colui ch’espresse il volto vero,
mostrassi la virtú che in lei s’informa,
che Fidia, Policleto e Prassitèle?