Pagina:Lorenzo de' Medici - Opere, vol.1, Laterza, 1913.djvu/177

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iii - rime 171

XXXI

[«Folle è tua speme».]


     Condotto Amor m’avea fino all’estremo
di mia speranza e tempo oramai n’era:
presso era quel che assai si brama e spera,
ond’io tanto sospiro e tanto gemo.
     Quando una voce udi’, ch’ancor ne tremo,
rigida, aspra, crudele, iniqua e fera:
— Folle è tua speme e la tua voglia altèra
a ricercar quel che solo è supremo.
     Bastiti rimirar mie’ vaghi lumi,
ed udir l’armonia delle parole,
e contemplar l’alte virtú divine.
     Quel che di me piú oltre aver presumi
vano è il pensiero, e, se il tuo cor piú vuole,
dolgasi non di me, ma del suo fine. —


XXXII

Sonetto fatto per un amico.


     Non vide cosa mai tanto eccellente
quel che fu ratto insino al terzo cielo,
e non udí giá sí suave melo
Argo, che mal per lui tal suon si sente;
     e la fenice, s’è il suo fin presente,
tanti odor non aduna al mortal telo;
non fu sí dolce il cibo e ’l nostro velo,
che mal per noi gustò il primo parente.
     Né mai tanta dolcezza ad alcun dette
Amor, se contentare appien lo vòlse,
quanta è la mia, né vuol che ad altro pensi.
     Io benedico l’arco e le saette
e la cagion che libertá mi tolse,
da poi che cosí ben mi ricompensi.