Pagina:Lorenzo de' Medici - Opere, vol.1, Laterza, 1913.djvu/199

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

iii - rime 193

XLIX

Sonetto fatto per uno amico innamorato di nuovo,

che lo mandò alla dama.


     Sí presto il ciel mai vidi alluminarsi,
quando Giove dimostra le sue armi,
né sí veloce un mutar d’occhio parmi,
come, veggendo voi, di subito arsi;
     e, non sendo i be’ lumi a me piú scarsi
a darmi pace, che fussi a legarmi,
volendo quel che dimostroron farmi,
spero gli amari pianti dolci farsi.
     E, benché spesso sia Amor fallace,
e vana la speranza, e pien d’inganni
a’ semplicetti amanti tal sentiero,
     pur gli occhi suoi che mi promisson pace,
so non mi terran troppo in questi affanni,
e manterran quel ch’io sol bramo e spero.


L

Sonetto fatto al duca di Calavria in nome di una donna.


     Bastava avermi tolto libertate
e dalla casta via disiunta e torta,
senza voler ancor vedermi morta
in tanto strazio e in sí tenera etate.
     Tu mi lasciasti senza aver pietate
di me, che al tuo partir pallida e smorta,
presagio ver della mia vita corta,
restai, piú non prezzando mia beltate.
     Né posso altro pensar, se non quell’ora
che fu cagion de’ miei suavi pianti,
del mio dolce martír e tristo bene.
     E se non fussi il rimembrare ancora
consolator degli affannati amanti,
Morte posto avre’ fine a tante pene.


Lorenzo il Magnifico, Opere - i. 13