Pagina:Lorenzo de' Medici - Opere, vol.1, Laterza, 1913.djvu/227

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iii - rime 221

XCI

[Le lacrime.]


     Oimè, che belle lacrime fûr quelle
che ’l nimbo di desio stillando mosse,
quando il giusto dolor che il cor percosse
salí poi su nelle amorose stelle!
     Rigavon per la dilicata pelle
le bianche guance dolcemente rosse,
come chiar rio faria che in prato fosse
fior bianchi e rossi, le lacrime belle.
     Lieto Amor stava in l’amorosa pioggia,
come uccel, dopo il sol, bramate tanto
lieto riceve rugiadose stille.
     Poi, piangendo in quegli occhi ov’egli alloggia,
facea del bello e doloroso pianto
visibilmente uscir dolci faville.


XCII

[Dolci inganni d’Amore.]


     Bella e grata opra veggon gli occhi nostri,
qual da voi in fuora alcun non mira o crede,
fatta per man di chi senz’occhi vede,
non pinta o sculta o scritta in atri inchiostri.
     Parmi Amor veder lieto, che mi mostri
quel primo dolce tempo onde procede
tanto amor, tanta gentilezza e fede,
gli alti desiri e’ dolci affanni nostri.
     Quel primo timor lieto scuote il core;
ver’ me movete i passi lieti e pronti,
la man, la bocca e le pietose stelle.
     Se ben le mostra in ogni loco Amore,
i pianti vostri in quelli altèri monti,
ove nacquon, le fan piú vere e belle.