Pagina:Lorenzo de' Medici - Opere, vol.1, Laterza, 1913.djvu/28

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22 ii - comento sopra alcuni de’ suoi sonetti

della lingua, la nostra ne è assai bene copiosa; né giustamente ce ne possiamo dolere. E per queste medesime ragioni nessuno mi può riprendere se io ho scritto in quella lingua nella quale io sono nato e nutrito, massime perché la ebrea e la greca e la latina erano nel tempo loro tutte lingue materne e naturali, ma parlate o scritte piú accuratamente e con qualche regola o ragione da quelli che ne sono in onore e in prezzo, che generalmente dal vulgo e turba popolare.


Pare con assai sufficienti ragioni provato la lingua nostra non essere inferiore ad alcuna delle altre; e però, avendo in genere la perfezione d’essa dimostro, giudico molto conveniente ristrignersi ai particolari e venire dalla generalitá a qualche proprietá, quasi come dalla circonferenzia al centro.

E però, sendo mio primo proposito la interpetrazione de’ miei sonetti, mi sforzerò mostrare, tra gli altri modi degli stili volgari e consueti per chi ha scritto in questa lingua, lo stile del sonetto non essere inferiore al ternario o alla canzona o ad altra generazione di stile volgare, arguendo dalla difficultá, perché la virtú, secondo i filosofi, consiste circa il difficile.

È sentenzia di Platone che il narrare brevemente e dilucidamente molte cose non solo pare mirabile tra gli uomini, ma quasi cosa divina. La brevitá del sonetto non comporta che una sola parola sia vana; ed il vero subietto e materia de’ sonetti per questa ragione debbe essere qualche acuta e gentile sentenzia, narrata attamente ed in pochi versi ristretta, fuggendo la oscuritá e durezza. Ha grande similitudine e conformitá questo modo di stile con l’epigramma, quanto all’acume della materia e alla destrezza dello stile, ma è degno e capace il sonetto di sentenzie piú gravi, e però diventa tanto piú difficile. Confesso il ternario essere piú alto e grande stile e quasi simile all’eroico, né per questo però piú difficile, perché ha il campo piú largo, e quella sentenzia, che non si può ristrignere in due o tre versi sanza vizio di chi scrive, nel ternario si può ampliare. Le canzoni mi pare abbino grande similitudine con la elegia, ma credo o per natura dello stile nostro o per la consuetudine di chi ha