Pagina:Lorenzo de' Medici - Opere, vol.1, Laterza, 1913.djvu/306

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300 v - ambra

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     Io sono Ombron, che le mia cerule onde
per te raccoglio; a te tutte le serbo,
e fatte tue diventon sí profonde,
che sprezzi e ripe e ponti, alto e superbo:
questa è mia preda; e queste trecce bionde,
quale in man porto con dolore acerbo,
ne fan chiar segno: in te mia speme è sola:
soccorri presto, ché la ninfa vola. —

37

     Arno, vedendo Ombron, da pietá mosso,
perché il tempo non basta a far risposta,
ritenne l’acqua; e, giá gonfiato e grosso,
da lungi al corso della bell’Ambra osta.
Fu da nuovo timor freddo e percosso
il vergin petto, quanto piú s’accosta:
drieto Ombron sente, e innanzi vede un lago,
né sa che farsi il cor gelato e vago.

38

     Come fèra cacciata e poi difesa,
da’ can fuggendo la bocca bramosa.
fuor del periglio, giá la rete tesa
veggendo innanzi agli occhi, paurosa,
quasi giá certa dover esser presa,
né fugge innanzi o indrieto tornar osa,
teme i can, alla rete non si fida,
non sa che farsi, e spaventata grida:

39

     tal della bella ninfa era la sorte:
da ogni parte da paura oppressa,
non sa che farsi se non desiar morte;
vede l’un fiume e l’altro che s’appressa;
e disperata allor gridava forte:
— O casta dea, a cui io fui concessa
dal caro padre e dalla madre antica,
unica aiuta all’ultima fatica;