Pagina:Lorenzo de' Medici - Opere, vol.1, Laterza, 1913.djvu/88

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82 ii - comento sopra alcuni de’ suoi sonetti

afflizione. E, se questo è vero, certamente gli amanti sono, piú che tutti gli altri, miseri, perché hanno maggiore desiderio, e la notte sono miserrimi, perché il desiderio è maggiore, perché, mancando le altre occupazioni che distraggono la mente, non hanno altro recorso contro al pensiero che li affligge che il medesimo pensiero, e sono privati di qualche mitigazione che potrebbe il giorno aver la loro passione, come sarebbe vedere la donna amata, parlarne con qualche amico, vedere qualche suo intimo o consanguineo o domestico, vedere almeno la casa dove lei abita: le quali, benché non sieno altro che a uno febricitante e siziente lavarsi alquanto la bocca, che è cagione di crescere tanto piú la sete, pure il tempo passa con manco afflizione; e puossi veramente dire che gli amanti vivono di dolcissimi inganni, che loro fanno a loro medesimi, de’ quali essendo privati in qualche parte la notte, soli e pensosi, né consolazione alcuna né sonno ammettono, come mostra il presente sonetto, molto simile di sentenzia al precedente. Il quale parla al sonno, pregandolo che vogli venire dopo tanti affanni ed inquietudini a serrare il fonte degli occhi miei lacrimosi, fonte perenne, cioè vivo e perpetuo, quasi dica che, se ’l sonno non serra quegli occhi, non resteranno mai di lacrimare. Chiama di poi il sonno dolce oblivione ed unica quiete per raffrenare il desio, perché questi due remedi aveva l’affilizione mia, cioè o dimenticare, intermettendo, i pensieri, o mitigare tanto desiderio. E, perché a me medesimo pareva impossibile non solamente il dormire, ma il viver sanza immaginare la donna mia, priego il sonno che venendo negli occhi miei la meni seco in compagnia, cioè me la mostri ne’ sogni, e mi faccia vedere e sentire il suo dolcissimo riso; quel riso, dico, ove le Grazie hanno fatto loro abitacolo, che è sopra tutti gli altri grazioso e gentile; che veramente è detto sanza alcuna adulazione, tanta grazia e in ogni cosa, e massime in questa, aveva la donna mia. Desideravo ancora che ’l sembiante suo, cioè l’apparenzia, mi fussi mostra dal sonno pia, e il parlare accorto, e atta l’una e l’altra cosa a porre in qualche pace il mio ardentissimo desiderio; e però bisognava che il sembiante e le parole fussino amorose