Pagina:Lucifero (Mario Rapisardi).djvu/148

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lucifero

Schiude al superbo vincitor le porte,
Che a quest’infame aspira ultimo vanto.
405Egli entra, ei passa: è suo trofeo la morte,
Letizia sua degl’infelici il pianto;
Piega il ginocchio, e crudelmente pio,
Chiama alle stragi sue complice Iddio.

    Fan monti i morti; qui tiepido ondeggia,
410Là s’impaluda nereggiando il sangue;
Qui crolla un tempio, una magion fiammeggia,
Un incendio là sorge, uno qui langue;
Là un ebbro vil, che allo straniero inneggia,
Qui un eroe che ancor pugna, e cade esangue;
415E spezzate armi e sparse membra ed adri
Globi di fumo ed ulular di madri.

    Ahi sventura, ahi dolor! Stupido e folle
La polve degli eroi Teuta calpesta;
E sul terren del proprio sangue molle
420La cieca Idra plebea scote la testa;
Drizzasi e fischia, e le non mai satolle
Fauci spalanca, e l’aria intorno infesta;
E su la fossa dei fratelli inulta
La civile Discordia orrida esulta.

    425Sorge il vil proletario, e come un’adra
Ambizíon la torta alma gli addenta,
Libertà invoca, e la man ferrea e ladra
Nelle sostanze altrui torbido avventa.
Fa tribune le piazze, ed orna e squadra
430Bieche dottrine, e novo dritto inventa;
E scapigliato, in truce atto di sfida,
Snuda il pugnal, chiama le plebi, e grida:

    — Lasciate le servili opre; le glebe
Abbandonate; il profetato giorno



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