Pagina:Lucifero (Mario Rapisardi).djvu/196

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lucifero

Quando giunse Lucifero, sedea
580Sovra un poco di strame, appo la sponda
D’un povero lettuccio. Un fanciulletto
Pallido, emunto e con la morte in core,
Disteso, ansante ivi giacea. Poggiata
Alla scura parete eravi un’arpa
585Lurida tutta e con più corde infrante;
A piè del letto un lacero fardello,
Un nero tozzo, e rovesciata a terra
Una picciola brocca. Il moribondo
Mosse il languido e dolce occhio d’intorno,
590E, qual chi una pietosa alma indovina,
Affisò lo stranier tacito, e il biondo
Capo crollando, le sparute e bianche
Mani al petto portò; baciò più volte
Un abitin che gli pendea dal collo,
595E: — Vedete, signor, disse, vedete
Com’han ridotto un misero fanciullo! —
E a mala pena sollevando un lembo
Della grezza camicia, insanguinato
Da recente flagel mostrava il petto,
600E singhiozzando ripetea: vedete!
Mandò un grido l’eroe; ferocemente
Rotò il guardo la schiava; il poverino
Mormorava piangendo:
                             — Eran pur belli
I monti e il cielo de la mia Cosenza!
605Ero tanto bambin, povero tanto,
E mi parea d’esser felice! Un giorno
Mi diedero quell’arpa: io canticchiava
Con gli augelli del ciel. Quando lasciai
Il mio tugurio, luccicar su’l desco
610Vidi alquante monete: era sì allegra
La mamma mia, ch’io le nascosi il pianto,
Nè le volsi un saluto. Uno straniero,



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