Pagina:Lucifero (Mario Rapisardi).djvu/210

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lucifero

Negli ampj giri delle sue pellicce
Siede l’inclita Egeria, ella a cui dànno
Equivoca canizie e senno arguto
305Le gazzette e la cipria. Ebbe un dì care
Le colombe di Pafo, e la furtiva
Ombra dei mirti e il sacro Erice tenne,
Finchè piacque a Díona; or de le austere
Opre di Palla si compiace, e amica
310Spira gli auspicj ai non vulgari ingegni.
Tien cospicuo al suo fianco il loco primo
L’eroe ch’io canto. A mortal petto ignoti
Erano i casi suoi; bizzarre e strane
Favole il rivestían: dicean, che avesse
315Con sotterranei spirti intelligenza,
E che al suon della sua voce non fosse
Ombra antica di sofo o di poeta,
Che dal ciel non escisse o dagli elisi
A picchiar le vocali assi e l’arcane
320Magiche tavolette, e dar responsi
Chiari e veraci agli ammirati astanti.
Pavide e curiose a lui d’intorno
S’affollano le dame; e tu superba
Dell’austera parola anche ne andasti,
325Pallida Eleonora, a cui non uno
Dei gelosi misteri Iside asconde;
E voi pur del gentil sesso custodi,
Antigone e Sofia, che alle tiranne
Velleità d’un ispido marito
330Rubellando la fronte, al dispregiato
Talamo nuzíal non inchinaste
L’altero grembo al solo Ver dischiuso.
— E che? l’ultima grida; a noi sul volto
Si chiuderanno ancor l’aule di Temi?
335Non darà mai ristoro ai nostri ardenti
Seni la bacca dottoral? Giù alfine,



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