Pagina:Lucifero (Mario Rapisardi).djvu/212

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lucifero

Nel ben cavato asil bricioli e miche
Con previdente ingegno, paurosa
Dell’inope vecchiezza; o tal nei sordi
375Scrigni compone il trepidante avaro
Non pure ampio tesor d’oro e di gemme,
Ma di rotti serrami irruginiti
E di chiovi e di cenci e di ciabatte
Nel cupo cassetton gran copia asconde.
380Di simile ricchezza adorno e pago
Va per le vie Macrin, lungo, sottile
Qual sciorinata al sole entro la madia
Risecchita lasagna; ed ai trofei,
Che a lui su’l crin l’astuta moglie appende,
385La gloria aggiunge d’emendati testi,
Di compilate moli e di comenti:
Filologico mostro, al qual s’inchina
Non sol l’ingenuo scolaretto, a cui
Imprime nel seder tropi e figure
390Con la sferza eloquente il pedagogo,
Ma quanti son da Susa a Lilibeo
Dell’italo sermon cultori e amici.

    Ma chi è colui che truculento e instabile
Or dall’un fianco ed or dall’altro volgesi,
395E scuote il capo ed agita la zazzera,
E in cambio di parlar gestisce ed ulula?
Demagogo e poeta ei tempra il filo
De la republicana ira alla cote
Dell’appetito, e il giambo archilochèo
400Spilla al vinifluo doglio, unico olimpo,
Da cui la sua spennata aquila avventa
I fulmini dell’estro. A lui da lato,
Nel seggiolon che di sè stesso inzeppa,
Posa Moron: rubizza e pettoruta
405Mole, a cui dall’aprico orbe del viso
Raggia il fulgor di un cartellon francese.



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