Pagina:Lucifero (Mario Rapisardi).djvu/215

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canto undecimo

Oracolo solenne, al cui responso
La dotta greggia delle vie s’inchina;
Famosa ruota, che stridendo schiaccia
445Le perle a terra, e lancia all’aria il fango.
Ungete, ingegni sconsigliati, ungete
Le carrucole a lui: propizio nume
Ei sorride a chi l’unge. Opra è da stolti
Venir seco a tenzon; più stolta impresa
450Ai dardi di costui non dar più ascolto,
Che dar si soglia alle zanzare estive:
Son mortali i suoi dardi. E tu il sapesti,
Tu, più ch’altri, il sapesti, o amato capo
Di Dall’Ongaro mio! Nè ti fu scusa
455L’anima intemerata e il pronto ingegno,
A cui tutte arridean le grazie amiche,
Nè la virtù di peregrini affanni
Saldamente sofferti e la tranquilla
Custoditrice d’onorati petti
460Candida poverezza e il crin canuto!
Ben di fallace illusíon maestra
Ti fu la sconsigliata Arte, se ardía
Nei lunghi giorni dell’oscuro esiglio
Persuaderti una speranza, e al foco
465Degl’itali trionfi accender tanta
Giovinezza di carmi entro al tuo petto;
Nè ti dicea, che di venali incensi,
Non d’ingenue virtù, non d’animosi
Spregi usar dee chi vuol propizio il mondo!
470Però all’assiduo flagellar di amari
Scherni cadevi; e se all’ingegno invitto
L’attico riso concedean le Muse
Fino all’ultimo istante, ingorde arpíe
Ir vedesti e redir sul tuo morente
475Capo, e la gloria insidíarti e il pane
Dei cari orfani tuoi! Su la tua fossa



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