Pagina:Lucifero (Mario Rapisardi).djvu/223

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canto undecimo

E sprofondato nella sua poltrona,
Scrollando il capo il Pellegrin sorride.
695Mosso poi da un mordace estro di sdegno,
In piè levossi, ed esclamò: — La voce
Degli spiriti or s’oda; a me gli usati
Alfabetici segni e le vocali
Assi da cui, se tanto pur siam degni,
700Del gran padre Alighier gli accenti udremo. —
Disse, e al cenno d’Egeria una ritonda
Tavola fu recata, a cui dei quattro
Ben atti piedi, che le fan sostegno,
Uno ha tanta virtù, che al flusso occulto
705Dei magnetici spirti agile e destro,
Più del pensier degli ammirati astanti,
Scerne le note, ed il responso appresta.
La mirò, la tastò con le gagliarde
Nocche l’eroe da tutte parti, e quando
710L’ebbe assettata su le cifre, entrambe
Vi sovrappose con mirabil rito
Le aperte palme, e simulando un senso
Di riverenza e di paura in volto,
Vi fisse il guardo, ed invocò. Già scricchiola
715Il fatidico legno; un dopo l’altro
S’odon tre picchi; come Tiade invasa
Dalla furia del nume, or quinci or quindi
Il sonnambulo piè lanciasi in volta,
Nota i segni soggetti, e balza e sguiscia
720Ratto così, ch’occhio o pensier no’l segue.
Tace alfine, e s’arresta; attenti, immoti
Pendon tutti d’intorno; ecco il responso:

    — Chi dalle sfere luminose, ov’io
Libero spirto in grembo al Ver mi eterno,
725Mi richiama al fatal lido natío?

    Ben giunse a me nel mio loco superno



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