Pagina:Lucifero (Mario Rapisardi).djvu/43

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canto secondo

Ravvisato l’avrei sin da quel giorno.
Poco mi parve il ciel, misera vita
L’eternità. Di strane opre, di voli,
Di turbini, d’ebbrezze, di battaglie
265Tal m’invase un desio, che sfere ed astri
Corsi, cercai, sempre mal pago, in traccia
D’un fantasma incompreso, o fosse un’ombra
Del mio stesso pensiere, o una diversa
Immagine con me nata, e divisa
270Fatalmente da me. Dove mai, dove,
Sospiroso io dicea, trovar ti posso,
O desiata e necessaria parte
Dell’esser mio? Per entro all’immortale
Anima mia tutto il mortal sentiva.
275Infelice mi tenni. A Dio nel viso
Gli occhi un dì fissi, e interrogarlo osai:
Chi m’ha fatto così? D’ira e di lampi
Ei fiammeggiò, nè mi rispose. Il vero,
Io replicai, l’eterno vero; io voglio
280Tutto saper; se il ver tu sei, ti svela!
Ei fulminò; tremâr gli angioli; io caddi,
Nè pugnai già: sentía ch’era più bella
Dello sdegno di Dio la mia caduta.
Quale allor degli antichi astri mi accolse?
285Nessun, fuor che la terra, e della terra
I più cupi recessi: ivi prescritta
Fu la mia reggia a un tempo e il carcer mio.
Bollía sotto ai miei passi un fragoroso
Mar di liquide fiamme; in gran tenzone
290Mugghiando si rompeano onde contr’onde,
Ma più cocenti assai dentro il mio petto
Combattendo bollían dubbj e speranze;
Salde e ferrate mi correan su’l capo
Le granitiche vòlte, e assai più saldo
295Era il cor mio: sempre a me innanzi, ovunque,



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