Pagina:Lucifero (Mario Rapisardi).djvu/95

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canto quinto


    Sovra i ginocchi ei se l’asside, e cuna
Del sen le fa con le protese braccia;
275E ad ogni aura ei la bacia, e per ognuna
De le stelle del cielo essa l’abbraccia.
Velò la fronte ipocrita la luna,
Chè tanta voluttà par che le spiaccia,
Come vecchia pinzochera far suole
280Al caro suon di lubriche parole.

    Disse alfin la fanciulla: — Oh! se sapessi
Che paure ho nel core! Ai giorni miei
Ricchezza altra io non ho che i nostri amplessi,
E amore e vita ed avvenir mi sei.
285Se un giorno abbandonar tu mi dovessi,
Come rondin deserta io mi morrei,
Io mi morrei così! — Tacque, e gli avvolse
Le braccia al collo, e il freno al pianto sciolse.

    Poi riprendea piangendo: — Era fatale
290Quest’amor, più di te, più di me forte;
Pria mi concesse e poi mi bruciò l’ale,
E infranse e ribadì le mie ritorte.
Sento che tu non sei cosa mortale,
Ma nelle braccia tue sento la morte;
295Nel foco dei tuoi baci il cor si strugge,
L’alma s’eterna, e il viver mio sen fugge. —

    Non risponde colui: torbido, immoto
Per le tenebre lunghe il guardo intende;
Chè un agitar di strane ombre e un ignoto
300Di larve brulicar l’aria comprende:
Rizzansi i sassi, i marmi, e van pe ’l vuoto,
E incerta su di lor la luna splende;
E a lui d’intorno in apparenze strane
Prendon fogge e sembianze e voci umane.



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