Pagina:Lucifero (Mario Rapisardi).djvu/97

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canto quinto


    Mostro ei mirò, che lungo e macilento
Viengli incontro per tòrto aspro sentiere:
Come punta di falce adunco ha il mento,
340D’asin le orecchie e il naso ha di sparviere;
Due ali smisurate agita al vento,
Intrecciate di scope aride e nere;
Gambe ha di ragno e membra irsute e viete,
E su la testa un gran cappel da prete.

    345Qual trampolier, che dalla ripa a un tratto
Dentro al placido rio salta e gavazza,
Tale intorno al giacente agile in atto
Balla quel mostro, e per l’aria svolazza;
Gracchia qual corvo, miagola qual gatto,
350Sbuffa, ride, saltella, urla, schiamazza;
Or tentenna, or sgambetta, or gira e aleggia,
E così lo deride e lo sbeffeggia:

    — Questo dunque è l’ardir, questa la possa,
Di cui tremar dovean l’alme e le stelle?
355Così la fede dei mortali hai scossa?
Così fatta hai la terra al ciel rubelle?
Oh! lotte, oh! pugne, onde ogni zolla è rossa!
Oh! il gran trofeo d’una fanciulla imbelle!
O eroe della ragione, o re dei forti,
360Torna meglio a regnar fra l’ombre e i morti! —

    Si sdegnò, balzò in piedi, al dir beffardo,
Lucifero, e fremendo il pugno strinse,
Minaccioso rotò d’intorno il guardo,
Vide Ebe, e di pallor muto si tinse.
365Poi chinò il mento al petto, e mesto e tardo
Mosse, e il destin più che il suo cor lo spinse,
Mentre avvolta nei suoi sogni fallaci
Nuovi amplessi ella sogna e nuovi baci.



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