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148 l’argentina e gli italiani


La Spagna, all’epoca della sua dominazione, forniva le farine; poi le fornì il Cile. «In gran parte la ragione di tale trascuratezza — dice un culto studioso della materia, Giacomo Grippa, in una monografia comparsa nel libro di cui ho parlato in principio — è da cercarsi nella indolenza degli abitanti, che non cedette a nessun tentativo che si facesse per scuoterla.» L’agricoltura argentina, che forma la principale ricchezza del paese, è un prodigio italiano. Si pensi che i campi di Santa Fè, di Cordoba e di Entre Rios, da dove questi prodotti vengono, erano pampas, pianura selvaggia, senz’acqua, coperta da vegetazione sterposa, da cardi, da cactus, e che sono i nostri contadini che l’hanno resa fertile, con anni e anni di lavoro assiduo tenace. Si pensi che la conquista di tanto territorio è costata tanto sacrificio di vite italiane, quanto nessuna guerra nostra.

Dall’agricoltura sono nate le industrie, con le quali il paese si è emancipato dall’estero per alcuni prodotti di prima necessità. E gli iniziatori dell’industria argentina sono quasi tutti italiani. Perchè, vedete, si potranno trovare dei figli del paese concessionarî di lavori, intraprenditori, impresarî; talvolta commercianti; rarissimamente industriali; operai mai.

La coltura estensiva richiedeva macchine. Qualche povero fabbro italiano audace e volonteroso tentò di copiare le macchine straniere che capitavano nelle sue mani per le riparazioni. Riuscì. La sua fucina si ampliò a poco a poco, divenne officina, divenne fonderia. Dopo una lotta lenta, assidua e tenace come il battere del suo martello, vide il suo stabilimento aumentare, ed ergersi le ciminiere fumanti nel cielo; udì sempre più prepotente intorno a lui lo strepito infernale e divino del lavoro. Trovò imitatori: altri stabilimenti sorsero. Gli opificî fondati da italiani producono i tre quinti del totale lavoro del ferro in tutta la Repubblica. O meglio producevano, perchè ora tanti forni sono